giovedì 29 gennaio 2009

Casunziei all'ampezzana

Par el mè paes - Cortina
"Vorae un soneto/ ben fato, ben scrito/ ciantà ben polito/par el mè paes!
Vorae coi fiore/me fei 'na garlanda/ e betera franda/ sul nòsc cianpanin!
Vorae di alòlo,/ al sol da bonora/ nó vienesto adòra/ par el mè paes?
Vorae coi òce/ me toi chel zeleste/ e ancora con chiste/ vardà el mè paes!
Vorae dì al gnée/ coscita bel bianco/ fesc tu nafré santo/ nafré el mè paes!
Vorae speranza/ da chesto bèl verde/ par ci che ra perde/ inze'l mè paes!
Vorae si dreta/ intorno a ra cròdes/ par fei tomà ròbes/ ma pienes d'amor!" C. Franceschi

Premessa
Questo è stato il primo "regalo gastronomico" per il compleanno di mia figlia. Questi tortelli sono una delle sue passioni e ho deciso che poteva essere una piacevole sorpresa per lei.
Mi ha anche aiutato a realizzarli, da brava cuoca in fieri.

E passiamo al piatto...
C'era una volta, Cortina, che era il nome di un villaggio al centro della conca ampezzana, che insieme ad altri numerosi villaggi staccati ed isolati, formava l'abitato di una bellissima valle soleggiata circondata da montagne affascinati. L'Ampezzano non era ancora posto da vip, le case - che non costavano un patrimonio - erano grandi costruzioni rurali, con la stalla, in cui vivevanao grandi nuclei famigliari; i residenti erano dei bravi montanari che vivevano del frutto del loro lavoro agricolo e di allevamento. Non si moriva di fame, ma non c'era una gran varietà di cibo sulle tavole. La produzione orticola più importante consisteva soprattutto in fave, rape gialle, erbette rosse che insieme alle verze, ai cavoli - che provenivano dalla Pusteria - e alle patate, verdure resistenti alle basse temperature della montagna, costituivano la dieta principale degli abitanti. Chiaramente si cercava di variare la presentazione, eper il poco tempo che avevao le donne per dedicarsi alla cucina. Questi fratelli ampezzani - non cortinesi - degli schlutzkrapfen altoatesini e dei pierogi dell'est europeo, che venivano preparati soprattutto in occasione dell'Epifania, sono una preparazione che le utilizza in modo egregio, per un piatto della festa.
Ne esiste anche una versione verde, attualmente fatta con gli spinaci, ma anticamente era sicuramente la versione "estiva" realizzata con le erbe spontanee ad essi simili, come il buon enrico.

Essendo una ricetta tradizionale, ha una versione per ogni focolare, con variazioni minime, magari, ma certamente diversa.
Attualmente, ad uso e consumo dei turisti si trovano normalmente in vendita nelle panetterie e nei negozi di alimentari, anche surgelati; partendo da quelli mi sono ispirata nella ricerca per realizzare una ricetta che si avvicinasse quanto più a quelli che normalmente mangiamo quando siamo lì in vacanza. La ricerca ha portato a questa ricetta, che mi sembrava la più verosimile. Però nelle prossime realizzazioni proverò sicuramente delle "correzioni".

Innanzitutto la pasta. É sempre molto chiara di colore, indice che contiene poche uova, se non forse nessuno. Il che è ragionevole: nella valle le galline non erano moltissime, dato che d'inverno dovevano essere portate in casa. Le uova poi, non potevano essere "sprecate" per piatti sfiziosi, dato che costituivano una delle princiapli fonti di proteine, visto che la carne era rara sulle tavole.
Quella che ho realizzato per questa ricetta, è ancora troppo "colorita", ma avendo comunque un solo uovo è risultata un po' collosa; penso che la prossima volta ultilizzerò solo albumi (in numero maggiore) o ne aggiungerò almeno uno e forse aggiungerò latte oltre all'acqua (ho trovato anche questa variante).

In quasi tutti i testi ho trovato la rapa gialla al posto della patata, il cui utlizzo è verosimile, probabilmente nella versione più "antica" e tradizionale. Probabilmente poi è stata corretta con l'introduzione della patata, più asciutta e corposa. La rapa gialla, però, per me qui è introvabile - già si fa fatica a trovare quelle rosse crude! Avendo mangiato sempre quelli con la patata, - sia acquistati che nei locali - ho scelto questa versione.

Ho trovato l'uso di varie aromatizzazioni del ripieno: cannella, noce moscata, erba cipollina e aglio. Sono tutte nolto diverse tra loro e indubbiamente caratterizzanti del sapore (ho provato a metterne un pelino in un po' di ripieno, per ogni tipo). Negli ingredienti di quelli acquistati è scritto genericamente spezie e erbe aromatiche. Però è chiaramente identificabile in quelli che ho mangiato l'erba cipollina o l'aglio. La cannella è però tipica delle zone tedesche e ladine, come pure la noce moscata, quindi non sono aromatizzazioni estemporanee. Scegliete quello che si adatta meglio ai vostri gusti.


Ingredienti
per 6 persone
per il ripieno
40 g burro
400 g barbabietole (rapa rossa) già cotte al vapore e pulite
1 grossa patata (circa 150 grammi da cruda) lessata*
4 cucchiai pangrattato
1 pizzico di cannella (o di noce moscata o di erba cipollina tritata o di aglio tritato)**
sale q.b.
per la pasta
400 g farina 00 + un poca per la spianatoia***
1 uovo
acqua q.b.
1 pizzico di sale

per il condimento
burro fuso q.b.
Grana Padano o Trentino grattugiato q.b.
1 cucchiaio (o più, a seconda dei gusti) di semi di papavero

* In alcuni testi ho trovato la rapa gialla al posto della patata; è verosimile, che fosse la versione più "antica". Essendo però per me introvabile e avendo mangiato sempre quelli con la patata, ho scelto questa versione.

** Ho trovato l'uso di tutte queste aromatizzazioni. Io ho sempre mangiato quelli con l'erba cipollina o con l'aglio, ma la cannella è tipica delle zone tedesche e ladine, come pure la noce moscata. Scegliete quello che si adatta meglio ai vostri gusti.
*** La pasta avendo poco uovo è un po' collosa, e per la spianatoia sarebbe meglio usare farina di semola, anche se non è "locale"; personalmente, penso che la prossima volta aggiungerò un albume.



Procedimento

Preparare il ripieno: frullare le barbabietole, sgocciolarle e poi, in una ciotola, unirle alla patata passandole al setaccio o allo schiacciapatate.
Unire il pangrattato, 40 g di burro e la cannella (o l'altra spezia scelta).
Amalgamare bene il tutto, fino ad ottenere un impasto omogeneo. Controllare la salatura ed eventualmente aggiustare.
Preparare la pasta con la farina, l’uovo, una presa di sale e l’acqua necessaria (sconsiglio di farlo sulla spianatoia se non si è molto abili) e lavorarla...

... fino ad ottenere un impasto sodo e liscio.
Lasciar riposare la pasta 30 minuti circa.
Tirare la sfoglia sottile quanto basta perchè non si rompa farcendola.
Tagliare la sfoglia con un tagliapasta rotondo di circa 5 cm di diametro in tanti dischetti.
Mettere al centro di ogni tondo una piccola quantità - circa la grandezza di una nocciola - di ripieno e chiudere, ripiegando a metà la pasta e premendo bene sui bordi, affinchè si saldino.
Cuocere i casunziei in abbondante acqua salata per pochi minuti. Scolare e condire con burro fuso, grana padano e semi di papavero, tostati brevemente in padella.





Ed ecco la ricetta, in versione stampabile con le foto passo passo.



mercoledì 28 gennaio 2009

Auguri Tata Pucci!

Oggi è il compleanno della Perla dei miei occhi, la Tata Pucci.
11 anni e mi sembra ieri che è nata...




Quello che le ho preparato può aspettare, ma gli auguri glieli voglio fare dedicandole una poesia, tra le più belle che un genitore possa scrivere per un figlio.

Se

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;

Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;

Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!".

Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

(Rudyard Kipling)

Auguri Tata Pucci!

venerdì 23 gennaio 2009

"Patate roste in tecia"

"La nonna è come un albero d'argento/ che la neve ripara e muove il vento./ Dice «no» con la testa, e «sì» col cuore./ sta presso il fuoco e prega a tutte l'ore./ Quando la mamma sgrida, lei perdona.../Chi sa perchè la nonna è così buona!" L. Nason

Per 7 anni ho passato tre mesi di estate da sola a casa della nonna. Io abitavo a Torino e lei a Vicenza. E la mia vacanza era venire qui e stare con lei.
Me la godevo un mondo.
Mamma e papà non c'erano. E io, benchè non potessi fare tutto ciò che volevo, ero libera e felice.
La nonna non era nè leziosa, nè severa. Era... normale: raccontava le favole, giocava con me (non sempre, ma spesso - erano il nonno e la prozia che giocavano con me... a carte: briscola, tresette...), mi comprava la pastina la mattina in panificio per la merenda. Era una nonna.

Mia nonna, come tutti i Veneti di un tempo, faceva cucina spesso col burro. L'ojo bon si usava con parsimonia, ché non veniva dai dintorni ma da lontano ed era costoso, mentre burro e lardo erano comuni, non costosi e facilmente reperibili. Quindi regnavano in cucina.
Quindi gli spaghetti al burro, la fettina di manzo al burro (anzi la fettina di rosbi, come diceva lei), le patate al burro erano piatti quotidiani. La bontà della fettina è ancora viva, ma la coscienza che "non fa molto bene" frena la riproposta della ricetta. É però un sapore del ricordo...

Queste patate erano quelle che faceva sempre mia nonna. Così nè più nè meno... oh, forse la proporzione tra olio e burro era leggermente diversa e le erbe variavano con la disponibilità. Però sono loro. E sono le patate della mia infanzia. Per questo sono buonissime, perchè sanno di quello che sono ancora, in fondo in fondo, sotto gli strati del mio io adulto.

La nonna non aveva un forno moderno; cioè ce l'aveva, ma lo usava pochissimo, perchè era più nelle sue corde la cottura "antica" quando nè i forni a gas nè quelli elettrici esistevano e si cuoceva sul focolare o sulla cucina economica - che aveva un forno molto piccolo e poco adatto. Quindi la cottura arrosto si faceva o sotto la cenere o in tegame.

Col tempo ho scoperto che ogni zona può avere una variante locale... Sono comunque diverse dalle patate in tecia della Venezia Giulia, che prevedono l'uso di patate prelessate. Sono le patate di mia nonna, ecco!

E poichè così parlava mia nonna, così vi scrivo la ricetta.

per ogni persona

200 - 250 g de patate de quele poco farinose
mezo scujiero de ojo bon
na nosela de buro (butiro)
ajo
sale, pevare
erbe romatiche



Tajare le patate a fetine o a tochi quadrati bastansa grosseti. Lavarli ben soto l'acqua fresca e sugarle che no le gabia gnanca na giossa.
In una bea tecia granda, metare l'ojo col buro e quando che i sfritega butarghe uno o do spigoli de ajo, secondo el vostro gusto, e le patate.
Smisiarle ben col mescolo, o se si boni scorlando la tecia, a fogo vivace, par diese minuti, cussì che le se vela de ojo e le se rosola par ben. Quando che le xé bele rosolae, sbassè el fogo e metighe el coercio, in modo che le finissa de cucinarse pian pianin par n'altro quarto de ora, smissiandole ogni tanto che no le se taca.
Ala fine dovì vere dele patate crocantine fora e morbide par dentro.
Co le xé cote, stuè el fogo e finì de consarle col sale, el pevare e le erbe romatiche che gavì o che ve piase.
Metile in tel piato calde co la carne ol pesse rosti, lo spessatin, ma anca con del bon formajo.



200 - 250 g di patate a pasta poco ricca di amido
1/2 cucchiaio di olio di oliva E.V.O.
1 "nocciola di burro"
aglio
sale e pepe q.b.
erbe aromatiche
Tagliare le patate a spicchi o cubettoni (circa 1,5 cm di lato). Lavarle bene sotto l'acqua fredda in modo che perdano l'amido e asciugarle bene e completamente (n.d.a. possibilmente con un canovaccio che non sia stato lavato con l'ammorbidente - che mica c'era una volta!).
In un tegame capiente mettere l'olio col burro e quando comiciano a sfrigolare aggiungervi uno o due spicchi di aglio - a seconda dei vostri e altrui gusti, e le patate.
Mescolarle molto bene o con un cucchiaio di legno o - meglio ancora - facendole saltare, in modo che si rivestano bene del grasso di cottura, e continuare così per 10 minuti circa a fuoco vivace finchè sono rosolate all'esterno. Ridurre il fuoco e coprire con un coperchio e portarle a cottura per altri 15 minuti circa, mescolandole di tanto in tanto.
Il risultato devono essere patate ben rosolate fuori e quasi "cremose" dentro.
Quando sono cotte, spegnere e condirle con sale, pepe e un trito di erbe aromatiche a piacere.
Servirle calde con carni o pesci arrostiti, lo spezzatino o con del buon formaggio saporito.

martedì 20 gennaio 2009

Frittelle di carnevale alla ricotta

"Buona sera, graziosa mascherina,/ che cosa porti dentro la cestina?/ Porto, se volete, l'allegria/ a tutta la gentile compagnia./ E chi ti manda, mascherina bella?/ Carnevale che vuole una frittella/ ed egli vi regala questi qua:/ coriandoli e lustrini in quantità./ E vi regala questo mio balletto,/ un inchino, signori, uno sgambetto./ Eccoti, mascherina, le frittelle./ Grazie di cuore e tante cose belle." T. Romei Correggi


Da sempre, a casa di mia mamma le frittelle di carnevale erano quelle di semolino. Sono tipiche dell'area del vicentino da cui provenivano i miei bisnonni.
Se devo però essere sincera non mi sono mai piaciute un granchè, preferivo i crostoli, o i galani - come li chiamava la mia nonna veneziana - o le bugie - come dicevano in Piemonte, quando abitavo lì.
Non mi piacevano perchè erano un po' mollicce, le dovevi mangiare in giornata, perchè il giorno dopo erano gommose. E in più si doveva per forza metterci l'uvetta, se no sapevan di poco e a me l'uvetta da piccola non piaceva proprio; ora la sopporto, ma non ne vado pazza.
Conoscevo poi le frittelle con la pasta lievitata, tipo krapfen. Ma mia mamma - visto che quella sua era all'epoca la "mia" cucina, mai mi avrebbe lasciato preparare qualcosa col lievito di birra, dato che ne aveva, ma non so il motivo, il terrore dell'uso.
Sapevo di qualcuno che le faceva coi preparati... brrr! Altri col preparato per budino... aribrrr!

Poi un giorno, andai a una festa a casa di una mia compagna di liceo e assaggiai delle frittelle buonissime, morbide, per nulla unte, con un piacevole retrogusto di latte. Con uvetta, senza, con le gocce di cioccolato... erano comunque buone. Chiesi spudoratamente la ricetta, che mi diedero molto gentilmente (anzi la mamma della mia compagna era piacevolmente stupita che mi interessassi di cucina...). E arrivai a casa trionfante con la mia ricetta, perchè la volevo rifare.


Mia mamma la lesse e disse: "Questa ricetta è impossibile che venga". Io, testarda sia perchè le avevo mangiate, sia perchè cominciavo ad avere la certezza che mia mamma cucinava per soppravvivenza o poco più, mi impuntai. E ottenni di farne una piccola dose, più che altro per farmi smettere di mugugnare.
Le feci e non solo mia mamma si ricredette, ma credo che si sia d'un botto, all'assaggio, bellamente scordata della sua ricetta di famiglia. Ora - la rara volta che le fa, dato che lei odia fortissimamente friggere - fa queste e nessuno ha mai chiesto di ritornare indietro.

Ho sempre ricevuto solo riscontri positivi su queste, sia da chi le ha mangiate, che da chi le fatte, dopo avermi chiesto la ricetta. Si prestano ad accontentare tutti, perchè sia con l'uvetta, con i pinoli, col cioccolato, sia semplici semplici, sono comunque molto buone. Assorbono pochissimo l'olio di frittura, a patto chiaramente che vengano cotte come si deve in olio profondo (anche se non si ha la fàrsora, che è il nome veneto della padella nera di ferro tipica per le fritture) e sono buone anche il giorno dopo.
So anche di qualcuno che le ha congelate con successo. A me non è mai capitato di doverlo fare: sono sempre finite in brevissimo tempo.

Non si prestano ad essere farcite con la crema, perchè l'interno è abbastanza compatto, anche se nulla vieta di provarci.


Ingredienti

- 500 g di ricotta
- 500 g di farina 00
- 300 g di zucchero
- 3 uova
- 3 tazzine da caffè di latte
- aroma a piacere (può essere anche un po' di liquore se i destinatari sono adulti)
- uvetta o pinoli (si possono omettere se non piacciono)
- 1 bustina di lievito per dolci

Procedimento

Mescolare la ricotta setacciata con lo zucchero. Aggiungervi le uova ad una ad una, quindi la farina anch'essa setacciata e l'aroma scelto.
Se piacciono, aggiungere l'uvetta messa a bagno, strizzata e infarinata e/o i pinoli.
Aggiungere il latte progressivamente (potrebbe volercene anche meno, a seconda della grandezza delle uova e della ricotta utilizzate e del tipo di aroma scelto), fino ad ottenere un impasto cremoso e pur tuttavia abastanza consistente (la densità di un budino rassodato, darei come "metro").
Alla fine aggiungere il lievito setacciandolo e incorporarlo bene.
Friggere nella friggitrice elettrica o in una pentola alta a olio caldo, facendo cadere l'impasto da un cucchiaino, poco alla volta. Friggerle finchè assumono un bel colore dorato. Scolarle su carta assorbente e cospargerle di zucchero a velo.

Una curiosità a proposito di frittelle.

In Veneto, la frìtola è in genere un dolce carnevalesco, anche se a Venezia nei tempi passati le fritolere friggevano tutto l'anno e vendevano i loro prodotti lungo le vie pubbliche. Vi sono anche fritole di altro genere che si mangiano in altri periodi dell'anno (quelle con l'erba maresina, per esempio)

Il termine fritola, oltre a designare il dolce, ha anche un significato più... goliardico. Per cui, se una ragazza faceva delle belle frittelle rotonde, con pochi sbafi di pasta, era considerata più che una buona cuoca, una buona fattrice, perchè possedeva "un bello stampo".
Queste frittelle, che vengono rotonde non per virtù della cuoca ma dell'impasto, mi hanno sempre procurato lodi sia per la bontà per la forma.

Siete comunque avvisate: a offrire frittelle ai veneti, andate incontro a commenti su abilità che trascendono la cucina.



Con questa ricetta, vorrei partecipare alla raccolta "A Carnevale ogni ricetta vale" del blog "Le Ricette di Carolina"


venerdì 16 gennaio 2009

Torta di riso soffiato, cioccolato e caramello mou (e qualche idea per renderla particolare)... e premio

"Non ti auguro un dono qualsiasi, /ti auguro soltanto quello che i più non hanno. /ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;/ se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa./ [...] Ti auguro tempo per trovare te stesso,/ per vivere ogni tuo giorno , ogni tua ora come un dono./ Ti auguro tempo anche per perdonare./ Ti auguro di avere tempo,/ tempo per la vita". E. Michler


Conto alla rovescia... tra 12 giorni la mia puzzola maggiore compie gli anni, e ci sarà la torta da preparare. Compito non proprio semplice: lei non ama moltissimo i dolci. Anzi le piacciono solo alcuni. Variare con le limitate possibilità che dà non è facile, ma la mamma ci prova.

Dopo aver per alcuni anni mangiato e voluto solo e soltanto la torta di nocciole, un bel giorno questa figlia si innamorò della torta di mars.
Disperazione della mamma! Al di là dell'attentato calorico ed epatico, da una vita l'ho sempre considerata la "torta delle mamme che non sanno far le torte", e chiedermela come torta e di compleanno per giunta, mi fece cascare decisamente le braccia. Tanto più che contravviene quei principi alimentari che cerco costantemente di far avere presenti alla figliolanza (e non solo...).
Per non sentirmi mortalmente offesa e naturalisticamente frustrata, ho deciso che la facevo sì, ma facevo tutto io (a parte il riso soffiato che in casa è impossibile da realizzare). Così mi sono messa a studiare.

Sul sito Note di cioccolato ho trovato come fare il mars. Era fattibile, anzi semplificabile - sia nella realizzazione, che nella reperibilità degli ingredienti - dal momento che lo avrei dovuto sciogliere per fare la torta, e quindi mi era sufficiente creare i componenti che avrebbero dato il gusto e la consistenza giusti una volta miscelati.
Quindi mi sono data da fare. Ho fatto il mou e il ripieno.

Attrezzandosi del termometro da cucina e di pazienza, non è nemmeno difficile. Anzi, sono entrambe preparazioni che possono tornare utili per altre "creazioni".

A quel punto sciogliere il burro, il cioccolato, e gli altri composti e poi aggiungervi il riso soffiato è stato un giochino.


Vabbè... ho capito... ecco la ricetta.


Ingredienti

per il "ripieno" del mars
200 g zucchero
50 g acqua
80 g malto di riso (o di altro cereale)*
sale, un pizzichino
1 albume
25 g cioccolato fondente al grattugiato

* la ricetta originale prevedeva sciroppo "light" di mais, che è un particolare tipo di sciroppo di glucosio, ma ho visto che il risultato è più che verosimile anche col malto, più facilmente reperibile.

Per il caramello mou
20 g acqua
30 g zucchero di canna
30 g zucchero semolato
45 g malto di riso**
50 g latte condensato zuccherato
20 g di burro
sale, un pizzichino

** anche qui la ricetta originale prevedeva lo sciroppo di glucosio, che però ho sostituito con risultati discreti.

120 g cioccolato al latte (di bassa qualità) ***
200 g burro
1 confezione + un po' di riso soffiato

*** per bassa qualità si intende un cioccolato con bassa percentuale di cacao, per conferire la giusta consistenza; normalmente corrisponde anche al cioccolato con prezzo inferiore - che si tende a evitare proprio perchè meno... cioccolatoso.


Procedimento

Poichè la mia intenzione non è stata quella di preparare il mars vero e proprio, ma una base che una volta sciolta ne eguagliasse sapore e, una volta raffreddata la torta la consistenza., ho riadattato la ricetta originale per una realizzazione più semplificata e con materie più facilmente reperibili.

Ripieno del "mars" - anche il giorno prima
Porre sul fuoco un pentolino con l'acqua, lo zucchero e il malto e portare a 132° (armatevi di pazienza). Mescolare ogni tanto, per non lasciare residui sui bordi del pentolino, che brucerebbero.
Montare a neve ferma l'albume in un contenitore adatto a essere messo sul fuoco. Quando lo sciroppo ha raggiunto la temperatura, versarlo a filo sull'albume. Porre sul fuoco a fiamma bassissima e continuare a mescolare a bassa velocità per almeno 15 minuti. Alla fine, unire il cioccolato fondente sciolto e smettere mi sbattere, quando tutto è perfettamente amalgamato. Spegnere la fiamma.
Trasferire il composto in un teglia o in un contenitore. Lasciare raffreddare, eventualmente in frigo (soprattutto se lo preparate con anticipo.

Caramello mou
Mettere tutti gli ingredienti in un pentolino e portare sul fuoco fino a raggiungere la temperatura di 116°, mescolando continuamente, per non lasciare residui sui bordi del pentolino, che brucerebbero.
Mettere da parte.

La torta vera e propria

In una pentola capiente fondere il burro. Aggiungere quindi il cioccolato e mescolare bene; questa sequenza è importante: il cioccolato essendo poco grasso, altrimenti tenderebbe a raggrumare invece di sciogliersi. Quando è fuso e ben amalgamato, aggiungere il caramello e continuare a mescolare. Aggiungere infine il "ripieno", e mescolare fino a completa assimilazione.
A questo punto aggiungere il riso soffiato un po' alla volta. La quantità è soggettiva: a me piace molto ricco di riso e croccante quindi ne ho messo un po' più di una confezione. Ma se vi piace un po' più morbida e "cioccocaramellosa", una confezione è più che sufficiente.
Mescolare fino a che tutto il riso si è rivestito della crema.
Stendere il composto in una teglia e porre a raffreddare fino a completo consolidamento.


Qui trovate la versione stampabile.


Ora c'era un altro problema. La torta esteticamente non è un granchè. E una torta di compelanno deve anche essere qualcosa da ricordare... Il solito numero... no, troppo banale (per me)...
E allora? Un po' di fantasia e si può fare tutto... o quasi, tenendo conto che sono abbastanza negata dal punto di vista delle costruzioni plastiche...

Versione 2006: torta giardino.


Questa è sicuramente la più semplice da fare, però è molto gradevole alla vista e anche per i bambini, soprattutto se sono piccoli.
L'aspetto della torta, ricorda un po' quei terreni argillosi e granulosi, che si trovano spesso nelle fioriere, per cui trasormarla in un'aiuola è semplice.
Bastano un po' di gelatine, di quelle di frutta buone, mi raccomando. Qualche biscotto di Novara tagliato a metà, incollato con del cioccolato fuso e un po' di gioco di colori.
Se poi aggiungete una poesiola sul fatto che i figli sono fiorellini in boccio in un giardino... fate commuovere pure le mamme e le nonne (o le maestre) dai cuori più teneri.


Versione 2008: torta scrigno

Questa è un poco più complessa, ma tutto sommato neppure così tanto.
Si ritaglia la torta di riso soffiato in tanti rettangoli, che si assemblano con un poco di cioccolato fuso. Si compone una scatola che si riempie con gelatine di frutta (sempre di quelle buone) e monete di cioccolato (se siete lontani dall'Epifania, meglio se ve procurate nel periodo giusto).
Poi con un po' di pasta di zucchero, o di marzapane si fa qualche stella marina, qualche conchiglia e una mappa del tesoro.

Si seppelisce il tutto in una sabbia di zucchero di canna...

... si mette un biglietto con un messaggio significativo, e anche questa volta si fa un figurone!

Qui le istruzioni per assemblare lo scrigno.


Adesso aspettiamo di vedere che mi salta in mente per la prossima... E non è detto che sia una torta al mars...


p.s. Lo, sceglietene una che ti piace. Te la dedico come ringraziamento per il premio, il secondo della vita di questo blog...


martedì 13 gennaio 2009

Primo premio...


... dell'anno, del blog, di tutto.
Me lo assegna , con una motivazione che mi fa più piacere di quanto possa immaginare.
Per ringraziarla le ho già dedicato il pepe alle rose, che le assomiglia ;-), ma lo ribadisco... un grazie in più non fa mai male.

Il regolamento vuole che dopo aver esposto l’immagine e linkato il blog del donatore (quindi grazie ), venga riassegnato a minimo 7 blogger, che andranno avvertiti del premio…

Ora non so se riesco ad assegnarlo a così tanta gente... Posso assegnarlo a chi passa di qui, tanto non siete molti, quindi non lo inflaziono.
Però a quattro lo assegno "nominalmente"

Lo, anche se ormai glielo avranno dato tutti, perchè è così lontana e così vicina, opposta e affine;
Nino, che mi manda sempre baci e coccole in FB e in qualche modo dovrò pure ricambiare;
Raviolo Selvaggio, che forse conoscono in pochi ma merita, per la sua ingegneristica passione culinaria;
Adriano, che mi regala tante visitine; e se non è creativo lui...

venerdì 9 gennaio 2009

Pepe alle rose

"Che cosa c'è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo." (W. Shakespeare - Romeo e Giulietta, atto II, scena II)


Una ricetta per cominciare l'anno e per festeggiare il primo compleanno di questo blogghino...
Gli altri fanno le torte e io... fo il pepe!

A dire il vero sono anni che faccio questo pepe, molto molto profumato, che rende anche le più banali verdure bollite speciali. Da quando ce lo regalò un nostro amico dio ritorno dalla Costa Azzurra. Ci piacque subito il mix dei profumi e degli aromi, il pizzicore e nello stesso tempo la dolcezza, il colore gioioso parallelo al brio che regala ai piatti.
Pur cercandolo non riuscii a trovarlo più in nessuna drogheria, neppure in quelle più fornite o "chic". Quindi con pazienza, rovesciai il contenitore del regalo e cercai la proporzione tra gli ingredienti, per potermi fare questo pepe da sola.

Usatelo, macinato al momento, per carni o verdure alla griglia o al vapore. Io, però, lo uso ovunque vada il pepe... perché è troppo buono!


Ingredienti (per una dose molto abbondante)

100 g pepe nero
100 g pepe bianco
50 g pepe rosa
50 g pepe verde
50 g pimento (o pepe della Giamaica)
50 g boccioli di rosa essiccati (non trattati)
20 g di peperoncino (senza il picciolo)

Miscelare le spezie tra loro e metterle in un vaso a chiusura ermetica.
Lasciare riposare almeno una settimana perché gli aromi si amalgamino.


Chiamare quindi ricetta questa miscela è forse un po' esagerato, ma si comincia da poco per fare le cose grandi...
Io ve lo consiglio, perchè oltre che essere buono ha un sacco di altre proprietà.
La rosa ha proprietà antinfiammatorie, stimola la secrezione di succo biliare e ha un benefico effetto sull'intero apparato digerente. Così oltre a rendere il pepe delicatamente profumato, fa sì che sia anche meno irritante.
Le doti del peperoncino le conoscono tutti ma meglio ricordarle: è ricco di vitamina C, di flavonoidi, ha un effetto antibatterico, antiossidante, stimola la digestione e la perstalsi intestinale...

I boccioli di rosa sono quelli che si usano anche per i pout pourri, l'importante è che non siano trattati . Li potete trovare in erboristeria, chedendo quelli per fare gli infusi (Rosa centifolia), oppure quelli di alcune aziende come la Aboca, che sono coltivati senza trattamenti anche per i pout-pourri.

Se qualcuno ama molto il peperoncino, può aumentarne la dose: renderà il pepe più brioso e... afrodisiaco.

Se si frantuma il pepe con il pestello togliere il calice dei boccioli; se invece si mette nel macinapepe (magari trasparente: è anche bello da vedere!) è meglio sempre togliere il calice ai boccioli, spezzare il peperoncino e frantumare un po' il pimento, perché è un po' restio a rompersi.


Dedico questa ricetta a , che finchè scrivevo questo post mi assegnava il mio primo premio da blogger. In fondo le si addice: è piacevolmente pizzicoso come lei, capace di dare brio a ciò che fa, e dietro l'apparenza pungente nasconde pregi e piacevolezze.